Clémence Loublier; Bernard Taminiau; Laurence Seidel; Nassim Moula; Colombe Tano; Carla Cesarini; Marcio Costa; Laureline Lecoq; Georges Daube; Hélène Amory
Veterinary Medicine and Science, 2026; 12:e70854; https://doi.org/10.1002/vms3.70854

Probiotici e FMT: come vengono utilizzati nella pratica clinica equina?

La modulazione del microbiota intestinale rappresenta un ambito di crescente interesse nella medicina equina. Probiotici e trasposizione di microbiota fecale (FMT) sono oggi impiegati nella gestione di diverse condizioni gastrointestinali, ma le evidenze sulla loro efficacia rimangono ancora limitate e non univoche. Un recente studio pubblicato su Veterinary Medicine and Science ha fotografato il loro utilizzo nella pratica clinica, attraverso un’indagine condotta su 96 medici veterinari equini di Francia e Belgio.

  • I probiotici sono ampiamente utilizzati, soprattutto a scopo terapeutico. L’82,1% dei veterinari intervistati riferisce di impiegare probiotici, principalmente nella gestione della diarrea cronica (88,0%), della diarrea acuta (67,6%) e, in misura minore, delle malattie infiammatorie intestinali (45,9%). Il loro impiego risulta più frequente nella pratica sul campo rispetto all’attività clinica.
  • La FMT è anch’essa entrata nella pratica clinica, ma con modalità molto meno uniformi. Il 76,0% dei partecipanti dichiara di averla utilizzata almeno una volta, quasi esclusivamente con finalità terapeutiche e soprattutto nei casi di diarrea cronica (87,7%) e acuta (56,2%). Tuttavia, il ricorso alla FMT è generalmente occasionale e le procedure adottate differiscono sensibilmente tra i professionisti.
  • La principale criticità riguarda la standardizzazione e la sicurezza della FMT. Sebbene il 58,3% dei veterinari consideri prioritario utilizzare donatori privi di infezioni, soltanto il 22,5% effettua effettivamente uno screening prima della procedura. Inoltre, variano modalità di raccolta, preparazione, filtrazione, frequenza e durata della somministrazione, evidenziando una marcata eterogeneità dei protocolli.
  • Anche l’efficacia percepita deve essere interpretata con cautela. Il 62,5% dei veterinari che utilizzano la FMT la considera efficace in oltre il 60% dei casi, ma si tratta di una valutazione soggettiva e non di un’efficacia clinica misurata sperimentalmente. L’unico fattore significativamente associato a una maggiore percezione di efficacia è risultato essere lo screening preventivo del donatore (p = 0,0029).

Nel complesso, lo studio evidenzia come probiotici e FMT siano già strumenti diffusi nella gestione dei disturbi gastrointestinali del cavallo, ma sottolinea anche la necessità di protocolli standardizzati e di studi clinici controllati. Per i probiotici, in particolare, gli autori richiamano la necessità di una corretta definizione dei prodotti e di evidenze più solide sulla loro efficacia e sicurezza.

Approfondisci l’analisi clinica completa:

R. Marsella; S. White; V. A. Fadok; C. Outerbridge; W. Rosenkrantz
Veterinary Dermatology. 2023;34:175–208. DOI: 10.1111/vde.13168

Prurito, orticaria e lesioni ricorrenti sono manifestazioni frequenti nella pratica clinica equina, ma identificarne con precisione l’origine allergica non è sempre semplice. Le linee guida della World Association for Veterinary Dermatology fanno il punto sulle conoscenze attuali, evidenziando come, accanto ad alcuni punti consolidati, persistano importanti aree di incertezza.

Il primo passo è riconoscere il principale trigger. L’ipersensibilità a Culicoides rappresenta la forma allergica più comune nel cavallo e la gestione dell’esposizione agli insetti costituisce, ad oggi, l’intervento con le evidenze più solide. La diagnosi rimane prevalentemente clinica, considerando anamnesi, stagionalità, distribuzione delle lesioni e risposta al controllo degli insetti.

Quando gli insetti non spiegano il quadro, il ragionamento diagnostico si amplia. Nella dermatite atopica possono essere coinvolti allergeni ambientali, come pollini, muffe, polveri e acari, mentre il ruolo degli alimenti rimane ancora poco definito. Nei casi cronici o ricorrenti, un’anamnesi dettagliata e un appropriato trial alimentare possono essere più utili dei test sierologici per gli allergeni alimentari, la cui affidabilità clinica è limitata.

Anche l’orticaria ricorrente richiede un approccio individualizzato. I possibili trigger sono numerosi e non sempre di natura allergica: insetti, alimenti, farmaci, vaccini, fattori ambientali e persino stimoli fisici possono contribuire alla comparsa delle lesioni. Per questo, la ricostruzione accurata della storia clinica rappresenta un elemento centrale dell’iter diagnostico.

 

Dalla storia alla gestione 

IBH: quando il pattern suggerisce gli insetti

L’ipersensibilità alle punture di insetto è un quadro fortemente pruriginoso, nel quale sedi delle lesioni e stagionalità possono riflettere l’esposizione alle diverse specie di Culicoides. La diagnosi è clinica e la risposta alle misure di controllo degli insetti è parte dell’inquadramento; tra le strategie disponibili, l’evitamento delle punture rimane quella con il supporto più documentato.

Sul fronte terapeutico, il principale messaggio è la scarsità di evidenze. Al di fuori del controllo degli insetti nell’ipersensibilità a Culicoides, molte strategie si basano su studi retrospettivi o sull’esperienza clinica. Le linee guida sottolineano quindi la necessità di studi prospettici e controllati che permettano di definire protocolli diagnostici e terapeutici realmente evidence-based.

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Meg Brownlow and James Xavier MizziFront.
Animals 2023, 13(4), 610; https://doi.org/10.3390/ani13040610

La malattia da calore da sforzo è una sindrome complessa e multifattoriale. Nel cavallo da corsa purosangue, il rischio è elevato per l’intensità dell’attività fisica e per l’elevata produzione di calore metabolico.

La temperatura corporea, da sola, non basta a confermare la diagnosi. Lo studio evidenzia che il riconoscimento precoce dipende soprattutto dall’osservazione clinica e dalla capacità di cogliere i primi segni neurologici.

Punti chiave dello studio:

  • L’EHI non coincide solo con l’ipertermia.
    La sindrome deriva dall’interazione tra produzione di calore, alterazioni della termoregolazione e risposta infiammatoria sistemica.
  • I segni neurologici sono centrali per la diagnosi precoce.
    Irrequietezza, agitazione, alterazioni del comportamento e atassia richiedono attenzione immediata.
  • Il raffreddamento rapido è il cardine del trattamento.
    L’impiego di acqua ghiacciata consente di ridurre la temperatura corporea in modo efficace e tempestivo.
  • Il monitoraggio post-gara resta essenziale.
    L’EHI può manifestarsi anche in condizioni ambientali non estreme, soprattutto nel periodo immediatamente successivo allo sforzo.

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Kazutaka Mukai, Hajime Ohmura, Yuji Takahashi, Yusaku Ebisuda, Koki Yoneda and Hirofumi Miyata
Front. Vet. Sci. 10:1241266. doi:10.3389/fvets.2023.1241266

Per decenni l’allenamento del cavallo da corsa è stato costruito attorno a un concetto apparentemente semplice: per migliorare la performance occorre accumulare lavoro. Più distanza percorsa, più adattamenti fisiologici, più resistenza allo sforzo. Negli ultimi anni, tuttavia, anche nel mondo equino sta emergendo una domanda che da tempo interessa la medicina dello sport umana: è davvero il volume di esercizio a fare la differenza oppure è l’intensità dello stimolo a determinare gli adattamenti più importanti? Uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Veterinary Science offre elementi interessanti per rispondere a questo interrogativo. Un gruppo di ricercatori giapponesi ha infatti confrontato gli effetti di diverse modalità di esercizio in cavalli Purosangue Inglese, osservando che, a parità di distanza percorsa, l’allenamento intervallato ad alta intensità è in grado di attivare risposte fisiologiche e muscolari nettamente superiori rispetto all’esercizio continuo di intensità moderata. L’aspetto più interessante del lavoro è proprio questo: i cavalli non hanno corso di più. Hanno semplicemente corso in modo diverso.

Gli autori hanno sottoposto gli animali a tre differenti protocolli di esercizio: un lavoro continuo a intensità moderata, una sessione di high-intensity interval training (HIIT) e una di sprint interval training (SIT). Sebbene la distanza complessiva fosse sostanzialmente identica, le risposte dell’organismo sono risultate profondamente differenti. Nei protocolli intervallati la frequenza cardiaca ha raggiunto valori più elevati, accompagnata da un marcato aumento delle concentrazioni plasmatiche di lattato. Parallelamente, i ricercatori hanno osservato una più severa ipossiemia arteriosa e una più pronunciata acidosi metabolica. Si tratta di condizioni che, dal punto di vista fisiologico, rappresentano potenti stimoli adattativi. Per anni lattato, ipossia e affaticamento sono stati considerati soprattutto come conseguenze indesiderate dello sforzo. Oggi sappiamo invece che questi fenomeni costituiscono veri e propri segnali biologici capaci di innescare processi di adattamento all’interno del muscolo scheletrico. In altre parole, lo stress metabolico non è soltanto il prezzo da pagare per ottenere una prestazione elevata: è anche uno dei principali motori del miglioramento funzionale. I risultati delle biopsie muscolari raccolte dagli autori sembrano confermarlo. Dopo le sessioni di HIIT e SIT, le riserve di glicogeno del muscolo gluteo medio risultavano significativamente ridotte, segno di un maggiore coinvolgimento delle vie energetiche e delle fibre muscolari maggiormente deputate alla prestazione atletica. Ma il dato più interessante emerge osservando ciò che accade a livello cellulare nelle ore successive all’esercizio. L’allenamento intervallato ha infatti attivato alcuni dei principali regolatori molecolari dell’adattamento muscolare. In particolare, l’HIIT ha determinato l’attivazione della proteina AMPK, uno dei più importanti sensori energetici della cellula. Quando questa via viene stimolata, il muscolo interpreta il lavoro svolto come una richiesta di maggiore efficienza metabolica e avvia una serie di processi destinati a migliorarne la capacità ossidativa

Punti chiave dello studio:

  • A parità di distanza percorsa, HIIT e SIT inducono adattamenti fisiologici e muscolari superiori rispetto all’esercizio continuo a intensità moderata.
  • L’elevata intensità dello sforzo stimola in misura maggiore i processi coinvolti nella biogenesi mitocondriale e nell’angiogenesi, due meccanismi fondamentali per il miglioramento della capacità aerobica.
  • I protocolli intervallati provocano una più marcata risposta metabolica, caratterizzata da maggiore lattatemia, acidosi e ipossiemia, condizioni che fungono da potenti segnali adattativi per il muscolo.
  • I risultati suggeriscono che, nel Purosangue Inglese, la qualità dello stimolo allenante possa essere più importante del volume di lavoro nel promuovere adattamenti favorevoli alla performance.

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Annamaria Nagy; Sue Dyson
Equine Vet J. 2023 – Link

Il dolore nella regione dell’articolazione sacroiliaca (SI) è relativamente comune nei cavalli sportivi e si traduce più spesso in prestazioni scadenti, con segni clinici più pronunciati quando il cavallo viene montato, e più al galoppo che al trotto: i cavalli possono scalciare, impennarsi o avere difficoltà a mantenere il galoppo.

I segni clinici possono essere suggestivi, ma spesso non sono specifici e può esserci una scarsa correlazione tra i segni clinici e i risultati delle indagini diagnostiche per immagini. La diagnosi viene idealmente confermata mediante anestesia diagnostica ed è proprio la sicurezza della procedura che è stata messa in discussione, principalmente sulla base di effetti collaterali riportati aneddoticamente, tra cui atassia e cavalli che diventano decubitali. Le radici nervose lombosacrali sono in stretta prossimità della regione dell’articolazione SI e la potenziale diffusione della sostanza iniettata è probabilmente responsabile della maggior parte degli effetti collaterali.

Nonostante la varietà di effetti collaterali riportati aneddoticamente a seguito di iniezioni diagnostiche e terapeutiche nella regione dell’articolazione sacroiliaca, non esistono informazioni dettagliate pubblicate sui tipi e sulla gravità delle varie complicazioni. Ad oggi, l’unica descrizione dettagliata di singoli casi riguarda una serie di 15 cavalli che sono diventati decubitali dopo l’anestesia diagnostica della regione dell’articolazione sacroiliaca. Ad oggi, non sono state documentate complicazioni a seguito di farmaci nella regione dell’articolazione sacroiliaca o di iniezioni simultanee di soluzione anestetica locale e vari agenti terapeutici.

L’obiettivo principale dello studio era descrivere l’esperienza dei medici riguardo ai tipi e alla frequenza delle complicanze a seguito di iniezioni diagnostiche, terapeutiche e combinate (“diagnostiche e terapeutiche”) nella regione dell’articolazione sacroiliaca. Ulteriori obiettivi erano descrivere le preferenze dei medici in merito ai metodi per eseguire le iniezioni nella regione dell’articolazione sacroiliaca e qualsiasi relazione tra l’esperienza dei medici o la tecnica di iniezione impiegata e le complicanze post-iniezione.

Punti chiave dello studio:

  • Razionale: assenza di dati strutturati su gravità e incidenza delle complicanze post-iniezione.
  • Obiettivo: descrivere l’esperienza clinica dei veterinari in merito a tecniche, procedure e occorrenza di eventi avversi.
  • Rilevanza clinica: analisi delle correlazioni tra competenza dell’operatore, tecnica scelta e insorgenza di complicazioni.

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Sara Busechian, Francesca Bindi, Simona Orvieto, Francesco Zappulla, Maria Chiara Marchesi, Irma Nisi and Fabrizio Rueca – https://www.mdpi.com/2076-2615/14/12/1806

La gastropatia squamosa equina (ESGD) e la gastropatia ghiandolare equina (EGGD) sono due termini utilizzati per indicare la presenza di lesioni della mucosa squamosa e ghiandolare dello stomaco. Prevalenza, fisiopatologia e fattori di rischio sono differenti e questi ultimi sono stati studiati in popolazioni diverse. Lo scopo di questo studio era di indagare la prevalenza e i fattori di rischio di ESGD e EGGD in una coorte di cavalli da diporto, da riproduzione e a riposo in Italia. A conoscenza degli autori, questo è il primo studio a esaminare una popolazione animale così eterogenea e il primo che include un numero elevato di animali in Italia.

Sono state eseguite gastroscopie su 316 animali, con e senza segni clinici di ulcere gastriche, e ai proprietari o ai custodi è stato proposto un questionario sulle caratteristiche, la gestione e la salute dei cavalli è stato somministrato ai proprietari per identificare i possibili fattori di rischio per le due malattie.

La prevalenza delle lesioni della mucosa squamosa è risultata simile a quella riportata in altri studi ed è stata associata alle caratteristiche e alla gestione dei cavalli, in particolare al tempo e al tipo di paddock, fieno e mangimi supplementari somministrati, nonché al tempo trascorso con l’attuale proprietario o custode. Anche l’utilizzo come animale da riproduzione è risultato un fattore di rischio significativo per le ulcere della mucosa squamosa.

La prevalenza di ESGD è risultata simile a quella riportata nella letteratura attuale in popolazioni comparabili, e la malattia è stata associata a caratteristiche, tempo trascorso con l’attuale proprietario o custode, gestione (tempo e tipo di pascolo, fieno e mangime supplementare somministrato) e attività svolta. In questa popolazione, EGGD era presente in una percentuale inferiore di animali e, tra i parametri valutati, è risultata associata solo alle caratteristiche, mentre la gestione non sembra influenzare lo sviluppo di lesioni nella mucosa ghiandolare in questa popolazione.

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Anna Stachurska , Witold K edzierski, Beata Kaczmarek, Anna Wisniewska, Beata Zylinska and Iwona Janczarek
Animals 2023, 13, 211. – https://doi.org/10.3390/ani13020211

Al di là del comportamento sessuale, le variazioni ritmiche di molteplici parametri fisiologici e comportamentali durante l’intero ciclo estrale della cavalla sono ancora scarsamente documentate nella letteratura di riferimento: questo studio si è proposto di colmare tale lacuna con un disegno osservazionale sistematico.
Quindici cavalle adulte sono state esaminate al mattino e alla sera durante la fase di estro (6 giorni) e di diestro (5 giorni), con rilevazioni ogni tre giorni, misurando frequenza cardiaca, temperature rettale e superficiale, attività locomotoria e comportamento relazionale verso l’uomo e verso gli altri cavalli.

I risultati mostrano che la frequenza cardiaca e le temperature risultano significativamente più elevate in estro rispetto al diestro, e alla sera rispetto al mattino: dati rilevanti per chi gestisce cavalle sottoposte a carichi di allenamento durante la stagione riproduttiva.
Sul piano comportamentale, durante l’estro le cavalle mostrano un atteggiamento più favorevole nei confronti dell’uomo e degli altri cavalli, con una riduzione dell’attività locomotoria spontanea, mentre le modificazioni comportamentali verso i conspecifici si manifestano tipicamente all’inizio del diestro. Gli autori sottolineano che una valutazione del calore basata esclusivamente sui comportamenti sessuali risulta insufficiente: numerose variabili fisiologiche e comportamentali variano in modo ritmico e indipendente durante l’intero ciclo, con implicazioni pratiche per la gestione clinica e sportiva della cavalla.

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Sally E. Johnson, Madison R. Barshick, Madison L. Gonzalez, Julia Wells Riley, Megan E. Pelletier, Beatriz C. Castanho and Elayna N. Ealy – Animals 2023, 13(4), 657; https://doi.org/10.3390/ani13040657

I cavalli sottoposti a esercizio fisico intenso possono subire danni ai tessuti, causando un ritorno al lavoro ritardato. Gli integratori di L-carnitina possono accelerare il periodo di recupero post-esercizio, consentendo un ritorno al lavoro più precoce. Ai purosangue adulti è stato somministrato un coadiuvante commerciale per il recupero a base di carnitina prima di eseguire esercizi fino all’esaurimento (D1). L’attività è stata ripetuta dopo un singolo giorno di riposo (D2), con misurazioni fisiologiche e biochimiche effettuate dopo l’esercizio in entrambi i giorni.

I risultati dimostrano che i cavalli trattati con l’integratore contenente L-carnitina hanno mantenuto una maggiore ampiezza di movimento del nodello al D2 rispetto ai controlli. Una normale risposta infiammatoria all’esercizio è stata osservata in tutti i cavalli al D1, che non è stata riscontrata al D2; anche il recupero della frequenza cardiaca al D2 è stato più lento. Questi risultati indicano che un singolo giorno tra un lavoro intenso e l’altro non è sufficiente per consentire il recupero dei tessuti.

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Anne Nedergaard; Lisa Emilia Carlsson; Casper Lindegaard
Equine Vet Educ. 2024;36:646–658; DOI: 10.1111/eve.13984

L’osteoartrite (OA) è una patologia comune nei pazienti equini che causa dolore articolare e perdita di funzionalità. Si presume che l’eziologia dell’OA sia multifattoriale. Sono disponibili sul mercato diversi trattamenti medici per il trattamento sintomatico dell’OA nei pazienti equini, sia biologici che convenzionali. Ad oggi, non è disponibile alcun farmaco che modifichi realmente la malattia (DMOAD).
Lo studio si pone l’obiettivo di riassumere le attuali evidenze sull’efficacia clinica dei trattamenti intra-articolari comunemente utilizzati per l’OA equina, in particolare l’uso di glucocorticosteroidi intra-articolari (IA-GC), acido ialuronico intra-articolare (IA-HA), plasma ricco di piastrine intra-articolare/plasma autologo condizionato (IA-PRP), proteina antagonista del recettore dell’interleuchina-1 intra-articolare/siero autologo condizionato (IA-IRAP) e cellule staminali mesenchimali intra-articolari (IA-MSC).

Utilizzando le linee guida PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analysis), una ricerca completa ha identificato 22 studi clinici in cui cavalli con OA, spontanea o indotta, sono stati trattati con uno dei trattamenti intra-articolari menzionati. Gli studi sono stati esaminati per raccogliere tutti gli studi in vivo con follow-up clinico su cavalli con OA.
Gli IA-GC sembrano avere un esito clinico benefico a breve termine. Il trattamento con IA-HA mostra risultati clinici variabili e fornisce prove incerte di un effetto clinico benefico. IA-PRP mostra risultati clinici complessivamente promettenti per un miglioramento significativo. IA-IRAP mostra un promettente effetto clinico significativo, ma la maggior parte degli studi non dispone di un gruppo di controllo per il confronto. Le IA-MSC mostrano risultati clinici variabili, ma la maggior parte degli studi inclusi mostra prove di un miglioramento significativo dell’effetto clinico.

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Giorgia Natalia Iaconisi , Nunzia Gallo, Laura Caforio , Vincenzo Ricci , Giuseppe Fiermonte, Simone Della Tommasa, Andrea Bernetti, Vincenza Dolce, Giacomo Farì, and Loredana Capobianco – Pers. Med. 2023, 13, 1647. https://doi.org/10.3390/jpm13121647

L’acido ialuronico (HA) è un biopolimero naturalmente presente nei tessuti connettivi, come articolazioni e pelle. Funzionando come elemento vitale del liquido sinoviale, lubrifica le articolazioni, facilitando il movimento dei fluidi e riducendo l’attrito osseo per proteggere il benessere articolare. Le sue caratteristiche distintive includono una notevole viscosità e capacità di ritenzione idrica, garantendo flessibilità e assorbendo gli urti durante il movimento. Inoltre, l’HA ha ricevuto notevole attenzione per i suoi potenziali benefici in varie applicazioni mediche, inclusa la riabilitazione.

La ricerca in corso esplora le sue proprietà e funzioni, in particolare le sue applicazioni biomediche in diversi studi clinici, con particolare attenzione al suo ruolo nel migliorare i risultati della riabilitazione. Tuttavia, le implicazioni cliniche e biochimiche dell’HA nella riabilitazione muscoloscheletrica devono ancora essere pienamente esplorate. Questa revisione indaga a fondo le proprietà e le funzioni dell’HA, evidenziandone le applicazioni biomediche in diversi studi clinici, con particolare attenzione al suo ruolo nella riabilitazione. I risultati presentati dimostrano che l’HA, in quanto sostanza naturale, migliora i risultati della riabilitazione muscoloscheletrica attraverso i suoi eccezionali effetti meccanici e biochimici.

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