Kazutaka Mukai, Hajime Ohmura, Yuji Takahashi, Yusaku Ebisuda, Koki Yoneda and Hirofumi Miyata
Front. Vet. Sci. 10:1241266. doi:10.3389/fvets.2023.1241266
Per decenni l’allenamento del cavallo da corsa è stato costruito attorno a un concetto apparentemente semplice: per migliorare la performance occorre accumulare lavoro. Più distanza percorsa, più adattamenti fisiologici, più resistenza allo sforzo. Negli ultimi anni, tuttavia, anche nel mondo equino sta emergendo una domanda che da tempo interessa la medicina dello sport umana: è davvero il volume di esercizio a fare la differenza oppure è l’intensità dello stimolo a determinare gli adattamenti più importanti? Uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Veterinary Science offre elementi interessanti per rispondere a questo interrogativo. Un gruppo di ricercatori giapponesi ha infatti confrontato gli effetti di diverse modalità di esercizio in cavalli Purosangue Inglese, osservando che, a parità di distanza percorsa, l’allenamento intervallato ad alta intensità è in grado di attivare risposte fisiologiche e muscolari nettamente superiori rispetto all’esercizio continuo di intensità moderata. L’aspetto più interessante del lavoro è proprio questo: i cavalli non hanno corso di più. Hanno semplicemente corso in modo diverso.
Gli autori hanno sottoposto gli animali a tre differenti protocolli di esercizio: un lavoro continuo a intensità moderata, una sessione di high-intensity interval training (HIIT) e una di sprint interval training (SIT). Sebbene la distanza complessiva fosse sostanzialmente identica, le risposte dell’organismo sono risultate profondamente differenti. Nei protocolli intervallati la frequenza cardiaca ha raggiunto valori più elevati, accompagnata da un marcato aumento delle concentrazioni plasmatiche di lattato. Parallelamente, i ricercatori hanno osservato una più severa ipossiemia arteriosa e una più pronunciata acidosi metabolica. Si tratta di condizioni che, dal punto di vista fisiologico, rappresentano potenti stimoli adattativi. Per anni lattato, ipossia e affaticamento sono stati considerati soprattutto come conseguenze indesiderate dello sforzo. Oggi sappiamo invece che questi fenomeni costituiscono veri e propri segnali biologici capaci di innescare processi di adattamento all’interno del muscolo scheletrico. In altre parole, lo stress metabolico non è soltanto il prezzo da pagare per ottenere una prestazione elevata: è anche uno dei principali motori del miglioramento funzionale. I risultati delle biopsie muscolari raccolte dagli autori sembrano confermarlo. Dopo le sessioni di HIIT e SIT, le riserve di glicogeno del muscolo gluteo medio risultavano significativamente ridotte, segno di un maggiore coinvolgimento delle vie energetiche e delle fibre muscolari maggiormente deputate alla prestazione atletica. Ma il dato più interessante emerge osservando ciò che accade a livello cellulare nelle ore successive all’esercizio. L’allenamento intervallato ha infatti attivato alcuni dei principali regolatori molecolari dell’adattamento muscolare. In particolare, l’HIIT ha determinato l’attivazione della proteina AMPK, uno dei più importanti sensori energetici della cellula. Quando questa via viene stimolata, il muscolo interpreta il lavoro svolto come una richiesta di maggiore efficienza metabolica e avvia una serie di processi destinati a migliorarne la capacità ossidativa
Punti chiave dello studio:
- A parità di distanza percorsa, HIIT e SIT inducono adattamenti fisiologici e muscolari superiori rispetto all’esercizio continuo a intensità moderata.
- L’elevata intensità dello sforzo stimola in misura maggiore i processi coinvolti nella biogenesi mitocondriale e nell’angiogenesi, due meccanismi fondamentali per il miglioramento della capacità aerobica.
- I protocolli intervallati provocano una più marcata risposta metabolica, caratterizzata da maggiore lattatemia, acidosi e ipossiemia, condizioni che fungono da potenti segnali adattativi per il muscolo.
- I risultati suggeriscono che, nel Purosangue Inglese, la qualità dello stimolo allenante possa essere più importante del volume di lavoro nel promuovere adattamenti favorevoli alla performance.
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